I santi Amico e Amelio e l’abbazia di S. Albino a Mortara

di Maurizio Minchella

Fino al 12 ottobre del 777 Mortara si chiamava Pulchra Silva, per la bellezza della vegetazione boschiva che le faceva cornice. Quel giorno, tra l’esercito dei Franchi guidati da Carlo Magno e quello dei Longobardi, guidati da Desiderio, si svolse una delle più sanguinose battaglie di quell’epoca, il cui costo umano è stato stimato in settantamila morti. Le cifre ovviamente non sono attendibili, ma quel che è certo è che il furore della battaglia, che si protrasse ininterrottamente per un giorno intero, e il numero insolitamente elevato delle vittime, ne resero vivo il ricordo per lungo tempo e fecero sì che il nome della città, teatro dello scontro tra i due eserciti, diventasse Mortara (Mortis Ara).

Nel corso di questa battaglia morirono i santi Amico ed Amelio, paladini dell’Imperatore e diventati leggendari nei secoli a venire, ai quali furono dedicate oltre 200 chanson de gestes. La loro fama fu inferiore solo a quella di Orlando, le cui vicende in qualche modo si intrecciarono.

La prima fonte che fa riferimento alla vita dei due santi paladini è attribuita a Rodulfus Tortarius, monaco di Fleury-sur-Loire, che la redasse alla fine dell’XI secolo; di qualche decennio successivo è il racconto Vita sanctorum Amici et Amelii carissimorum, e la leggenda diventa poi oggetto di un canto francese. Da questo nucleo narrativo ebbe origine un numero imprecisato di chanson de gestes, fiorite in ogni parte della Cristianità. Sia pur con accenti diversi – più classicheggianti e tributari del De amicitia ciceroniano le versioni anglo-normanne e quella di Rodolfus Tortarius – tutte le altre hanno un chiaro valore agiografico oltreché storico.

Nel Fior di virtù, un’opera quattrocentesca, nel capitolo significativamente dedicato al vero e perfetto amore, la storia dei due santi ha questo incipit: El si trova uno grande signor lo qual havea nome Conte de Bernia et veramente quelo era ben Conte de quella contrada. El ge naque uno fìolo molto bello e si se messe in core ch’el papa el dovese batizar e mai non se vete cusì bella creatura. Et ancora in una altra contrada si trovò uno altro gran Signor et chavalier lo qual hera signor de tuta quela contrata che se chiamava Belizano ch’è de le belle contrade ch’avese el mondo et sinielmente li naque uno belissimo fìolo et metesse in cor ancora lui di portarlo a Roma et farlo batizar al papa: et algun de costoro non sapea uno di l’altro.

In altre versioni è un angelo che annuncia in sogno ai genitori dei due futuri santi paladini l’eccezionalità della natura dei loro figli, concepiti nello stesso giorno, nati quindi nella stessa data, e cresciuti simili come gocce d’acqua, sì che nessuno avrebbe potuto distinguere l’uno dall’altro.

Il figlio del conte di Bernia, Amico, e quello del conte di Avergna, Amelio, si incontrarono per la prima volta a Lucca quando avevano tre anni, mentre erano diretti a Roma per farsi battezzare dal Papa. Giunti a Roma, il pontefice li accoglie con grande benevolenza e regalerà ad entrambi un prezioso calice. I due torneranno ai loro castelli e all’età di quindici anni si metteranno in cerca l’uno dell’altro. Si incontreranno a Parigi, alla corte di Carlo Magno, del quale diventeranno fedeli e valorosi paladini, e lì si prometteranno eterna amicizia. Il gran siniscalco di corte, Hardret, invidioso del valore e della stima di cui godevano i due cavalieri, prima offre in moglie ad Amico la bella e perfida nipote Lubias, con la quale questi andrà a vivere nel castello di Blaye, ed accuserà poi Amelio di aver sedotto Belisenda, la figlia del Re, per la qual cosa è tenuto a fronteggiare a duello il suo accusatore. In realtà fu la figlia dell’imperatore a tentare di sedurre Amelio, della qual cosa Hardret fu fedifrago testimone, ma il paladino rifiuterà il suo amore non ritenendosi degno di sposare una donna di lignaggio superiore al suo. Amelio non si sentirà di sostenere il duello, essendo in qualche modo vera l’accusa rivoltagli. Al suo posto si offrirà di combattere Amico, avvertito in sogno di quanto stava accadendo ad Amelio, che contravvenne alle regole del duello grazie alla straordinaria somiglianza, e ne uscirà vittorioso avendo come premio la mano di Belisenda. Nonostante un angelo lo avesse avvertito che il colpevole stratagemma non confessato pubblicamente sarebbe stato punito con la contrazione della lebbra, Amelio conduce Belisenda a Blaye, consegnandola ad Amico, e gli sposi da lì andranno a prendere possesso del castello di Riviers.

La punizione divina arriverà puntualmente ed Amico, colpito dalla lebbra, verrà ripudiato dalla moglie e cacciato da corte. Lubias imprigionerà anche il figlio Girard, reo di amare profondamente il padre, e questi erra mendicando totalmente sfigurato, finché giunge dopo lungo peregrinare a Roma e in Francia, al castello di Amelio, dopo essere stato scacciato anche dai sue tre fratelli a Clermont. I due cavalieri si riconoscono grazie al calice donato dal Papa. Amelio si prende cura di Amico e a lui in sogno ancora un angelo indica il modo per curarlo: dovrà sgozzare i propri due figli e versare il loro sangue sulle ferite di Amico. Amelio farà quanto richiesto: Amico guarirà immediatamente, mentre i due figli di Amelio miracolosamente resuscitano. I due andranno quindi in pellegrinaggio in Terrasanta in segno di penitenza, e al ritorno si uniranno in terra lombarda con l’esercito franco, che stava muovendo guerra a Desiderio, sotto la guida di Carlo Magno. Le chansons si chiudono con l’epigrafica notizia della morte di entrambi nella battaglia di Mortara.

Le cronache ci raccontano poi un nuovo miracolo. L’imperatore della Cristianità, fortemente addolorato per la perdita dei suoi due valorosi paladini, li volle far seppellire nelle due chiese contigue di sant’ Eusebio e di san Pietro, poste fuori dalle mura della città. Il giorno dopo le due sepolture vennero ritrovate una accanto all’altra nella chiesa di sant’Eusebio. In seguito a questo prodigio venne edificato su quella chiesa un monastero, grazie alle larghe elargizioni di re Carlo, che venne in seguito dedicato a sant’Albino d’Angers, uno dei santi protettori di Francia tra i più venerati nel Medio Evo.

I monaci cominciarono a dare assistenza ai numerosi pellegrini che vi transitavano verso le grandi mete del pellegrinaggio cristiano, e furono numerosi i sovrani ed i pontefici che si recarono ad onorare i martiri carolingi. Le sorti della chiesa furono molteplici nel corso dei secoli: dopo il consueto saccheggio napoleonico l’edificio cadde in rovina e le proprietà connesse vennero smembrate. Solo da pochi anni la chiesa è stata restaurata ed è tornata ad essere luogo di culto e di accoglienza ai pellegrini.

Di questa famosa e quasi dimenticata vicenda sono significativi l’aspetto religioso e il forte legame col mondo del pellegrinaggio. Tutta la narrazione è intessuta di elementi dell’antico e del nuovo Testamento, in forma chiara ed archetipica, laddove la bellezza della vicenda è racchiusa nel mistero, nel rapporto provvidenziale e trascendente che lega la vita umana a quella soprannaturale in un continuum che appare del tutto naturale ed evidente. Dal peccato di Adamo ed Eva al tradimento di Giuda, dalla collera divina alla redenzione salvifica conseguita attraverso l’estremo sacrificio, insieme a tantissimi altri elementi altrettanto significativi, i riferimenti religiosi formano un tessuto solido e fortemente intrecciato che sono corpo e sostanza della chanson de geste ispirata ai due paladini. Esattamente come avveniva nell’arte figurativa dell’epoca, il racconto fortemente didascalico affascinava ed ammaestrava il pubblico, che del resto col simbolismo del racconto aveva familiarità, essendo quello il linguaggio condiviso nel mondo medievale. Dell’intento agiografico non ne fa mistero lo stesso trovatore: Ce n’est pas fable que dir voz volons, ansoiz est voirs autressi com sermon (versi 5-6). Il più grande agiografo del tempo, Jacopo da Varagine, riferendosi ai due santi, nella Legenda aurea li definirà strenuissimi milites Christi. La chiusa della Chanson celebra in modo inequivocabile la santità taumaturgica dei due amici: E bone fut la compaignie./Lor corps gisent en Lombardie,/E Deu fait pur eus grant vertuz:/Les voegles ver, parler les mutz (versi 1236-1239).

La singolarità dell’aspetto religioso è dato dai ruoli intercambiabili che rivestono i due amici: uno verrà salvato dal peccato, simbolizzato dalla lebbra, per mezzo del sacrificio dei figli dell’altro i quali, venuti a conoscenza del motivo della loro imminente morte atroce, incoraggiano il padre a procedere nel loro olocausto. La grandezza dei due protagonisti non è data solo dal loro valore guerriero e dall’esercizio delle virtù, ma soprattutto dalla loro fiducia nella Provvidenza, nel saper rispondere sempre alla propria coscienza, il che non li farà mai venire meno alla parola data, coltivando il senso della fedeltà che li renderà uomini pienamente liberi. L’amicizia tra il figlio dell’Uomo e l’uomo risulta così essere eterna ed assoluta. E’ il Cristo che cerca l’uomo, e viceversa, in un destino comune che perdura nell’eternità.

Il secondo aspetto saliente della vicenda è quello legato ai pellegrinaggi. I due santi sono probabilmente figli di pellegrini e percorreranno numerosi volte le vie che portano a tutti i santuari della Cristianità: da San Michele del Gargano a Mont Saint-Michel, da Roma a Gerusalemme, senza tralasciare la stessa Blaye, nella quale sarà sepolto Orlando e con lui molti altri cavalieri e paladini, dopo l’ignominiosa imboscata di Roncisvalle che avrà luogo l’anno successivo alla battaglia di Mortara, oggetto delle più famose chanson de geste ed anche di devote visite dei pellegrini diretti a Santiago di Compostela. La figura di alcuni pellegrini, per quanto marginale, è significativa: il crisma della saggezza conferito loro dall’età e dalle ataviche devozioni li rende delle guide sicure, quasi infallibili, che indicheranno il cammino ai due protagonisti. Curiosamente, della visita dei due santi nel santuario dedicato all’apostolo Giacomo non vi è traccia. Eppure, in molti rifacimenti narrativi e teatrali di epoche successive, la struttura narrativa, indubbiamente meno poetica ma sostanzialmente simile a quella della leggenda dei due santi, vede come protagonisti non più Amico ed Amelio, ma due pellegrini che vanno a venerare il santo Barone di Galizia. Di questa versione jacopea se ne ha testimonianza nello Jakobsbruder di Kunz Kinstener, opera del XIV secolo. Della stessa epoca è Les dit des trois pommes, poemetto anonimo in lingua francese. Esiste anche una versione italiana, l’Esempio di due compagni Costantino e Buonafede che andarono a san Giacomo di Galizia. In questi casi è san Giacomo in persona che fronteggia il demonio per riavere l’anima del pellegrino che trova la morte, vittima di un inganno diabolico, e che poi resuscita, anche in premio alla fedeltà dell’amico che aveva trascinato il corpo del malcapitato fino alla Cattedrale galiziana.

Ma significativo è che ai pellegrini propriamente detti si rivolge il trovatore dell’Ami et Amile: Li pelerin qui a Saint Jaque vont/Le sevent bien, se ce est voirs ou non. E se questo racconto è solo frutto di suggestioni di un tempo andato o è verità, lo può scoprire ancora oggi il pellegrino che si reca presso l’urna dei due santi che sono venerati nell’abbazia romanica di sant’Albino a Mortara.

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