Il mercante di grano

Arrivo dei pellegrini a Jaffa, 1880

          di Matilde Serao*

L’Achille, grande battello del Lloyd austriaco aveva lasciato l’infido porto di Jaffa a mezzodì: doveva toccare Caipha1, verso le sette di sera. Carico di passeggieri imbarcati ad Alessandria d’Egitto, a Fort Said, a Jaffa istessa, l’Achille compiva il suo viaggio sulle coste di Egitto, di Sorìa2, di Karamania3, sino a Costantinopoli, prendendo e lasciando gente, caricando e scaricando merci, con un brusio di voci, un fragore di catene, un chiasso di uomini e di cose che si chetava solo, in parte, nella notte, quando si era in navigazione. Padre Marcello da Noilhac, padre Giuseppe da Napoli ed io, venendo da Gerusalemme e andando a Nazareth, ci eravamo imbarcati a Jaffa, per isbarcare a Kaipha4: cioè solo per un piccolo tragitto, mentre, intorno a noi, vi erano persone già istallate per venti giorni di viaggio, già familiari col battello e coi suoi costumi, già al corrente dei suoi segreti. (Il battello è una cosa viva).    Padre Marcello da Noilhac era un francescano, guardiano del convento di Nazareth, cioè superiore: una cara persona giovane, pensosa, molto mistica: un frate che sembrava una donna in orazione: un’anima, più che un frate o una donna. Padre Giuseppe da Napoli un bel fratone dalla barba nera che si brizzolava, era, è il più popolare monaco francescano che sia in Terra Santa: pieno di talento e di finezza, attivissimo, irrequieto quasi, simpaticissimo, avendo appena appena domato il suo accento napoletano, ma avendo sviluppato tutte le eminenti qualità di vivezza, di facilità, di intuizione svelta e felice, che i napoletani hanno, padre Giuseppe da Napoli è, facendo un poverissimo giuoco di parole, il maggiore fra i Minori Osservanti di Palestina. Egli sa tutto e sa far tutto: egli è un agente diplomatico e un pio frate: egli è un uomo pieno di allegrezza e un viaggiatore pieno di astuzia: egli conosce arabi, ebrei, cristiani, maroniti, metuelli5 e drusi, come una massaia conosce le ventiquattro galline del suo pollaio. Quando salimmo a bordo, noi tre, padre Marcello se ne andò quietamente in un cantone, a leggere il breviario: e padre Giuseppe da Napoli fu circondato dal comandante, dal medico di bordo, dall’agente del Lloyd austriaco, da cinque o sei viaggiatori: e io, poco lontana, prestavo l’orecchio ai suoi discorsi, solo per afferrarne l’intonazione partonopea — la sola incontrata in Palestina in due mesi di viaggio — quella intonazione che mi faceva struggere di nostalgia. Non ero io un po’ triste? Viceversa, padre Giuseppe da Napoli andava, veniva, ridendo, discutendo, crollando il capo col familiar gesto napoletano, dando strette di mano qua e là, sempre in moto, ma non agitandosi invano, come tanti altri suoi fratelli e miei, di Napoli. I bimbi di una famiglia d’impiegato francese al servizio della Turchia, erano intorno a lui, adesso: questa famiglia lasciava Alessandria, perchè un ordine la traslocava a Costantinopoli e intanto andava a passare un paio di mesi di villeggiatura, a Cipro. Padre Giuseppe parlottava con tutti questi ragazzi, in francese. Poi sparve. Io andai a sedermi verso poppa, un po’ per guardare la scia, contemplazione mia favorita, giacchè io scorgevo tante cose in quella spuma bianca, un po’ per leggicchiare in un libro qualunque. A un tratto, padre Giuseppe mi capitò vicino, seguito da un signore in perfetto vestito musulmano calzoni neri, redingote nera e fez rosso. Era un uomo sulla cinquantina, non grande, non piccolo, robusto, con un volto perfettamente raso e un par d’occhietti lucenti e mobili.
— Vi presento Ibrahim — mi disse padre Giuseppe da Napoli.
— E perchè mi presenta questo turco? — dissi, fra me.
Ma costui non portò la mano alla fronte e al cuore, come fanno tutti i musulmani: mi tese la mano, per stringere la mia.
— La custodia di Terra Santa non ha migliore amico d’Ibrahim — dichiarò padre Giuseppe.
Io guardai meglio il signore presentato: costui arrossì all’elogio fattogli dal francescano e tentò di protestare.
— Per un turco — dissi, stupidamente, io — è un bel fatto, venerare la Terra Santa e i suoi frati.
Ibrahim si fece subito pallido: un’espressione di vera tristezza si dipinse sul volto.
— Io non sono turco, signora — mormorò con voce afflitta. — Sono un cristiano.
— Scusate, allora, e tanto meglio — soggiunsi io, in uno stato di grande mortificazione.
— E anche un magnifico cristiano — esclamò padre Giuseppe da Napoli.

Betlemme, Chiesa della Natività, 1900-1920

Così, legatasi la conversazione compresi, a poco a poco, innanzi a chi mi trovassi. Ibrahim era un ricchissimo mercante di grano, di san Giovanni d’Acri. Disceso dal Libano alla costiera, egli conservava il rito cristiano di San Marone, il grande vescovo: era un maronita fervente, cristiano ferventissimo. Il suo tempo di uomo casto e morigerato, si divideva fra i grandi negozi del grano e le occupazioni di una religione profonda, in cui si riassumeva ogni sentimento d’Ibrahim: egli portava lo stesso ardore nelle contrattazioni del suo commercio, come nelle orazioni che diceva, a intervalli, durante la giornata. Anzi, che dico, ardore! Entusiasmo debbo dire: giacchè la sua fede aveva qualche cosa di così impetuoso, di così spontaneo, sgorgava tanto in ogni parola, in ogni tono della sua voce, che, messa a paragone con la nostra fede, così malinconica, così intimamente triste, così tiepida, infine, destava la mia invidia. Ibrahim spendeva in larghe beneficenze il suo denaro; aveva costruito, a San Giovanni d’Acri, una chiesa in onore di quel San Luigi6, re di Francia, che volle andare a morire in Oriente, più dappresso a Gesù; era colui che più veniva in aiuto dell’opera della Custodia di Terra Santa, così scarsamente o per nulla aiutata dall’Italia, mentre i francescani sono un ordine italiano; era lui che interveniva in tutti gli affari, in tutte le contese, risolvendole a favore e a vantaggio dei monaci; e la sua destra dava molto, e la sua sinistra non ne sapeva nulla. Questo era, sommariamente, Ibrahim, il falso turco!
Ma dove l’entusiasmo religioso del mercante più si manifestava, era nei viaggi. Ogni anno, in primavera, egli faceva un viaggio di tre mesi in Europa: visitava le più ricche cattedrali e i più famosi santuari: andava da Colonia a Loreto, da san Giacomo di Compostella a Lourdes, da Kasan a Valle di Pompei: e dovunque era una chiesa bella, un quadro religioso importante, un santuario dove giungevan pellegrini, egli portava la sua persona, la sua anima, la sua preghiera. Per quei tre mesi, l’uomo di affari, il duro mercante di granaglie, non esisteva più non vi era se non il cristiano ardente, in cerca di un tempio, di un altare, di una immagine. Così, in otto o dieci anni, nei suoi viaggi, egli non aveva visto nè le città, nè i monumenti, nè gli alberghi, ma solo le chiese, le Madonne, i santi genuflessi, con le mani levate al cielo. Egli non sapeva nulla di nulla, assorbito lietamente nella espansione della sua fede: tutto ciò che è la vita moderna non arrivava sino a colui che viaggiava per inginocchiarsi sul marmo dei templi, per contemplare i volti delle Beate Vergini, per udir la messa nelle grotte dove le apparizioni mirabili sono accadute. Gli potevate domandare qualunque cosa, egli non la conosceva: ma il nome del predicatore francese, a Parigi, a Notre Dame-des-Victoires, lo sapeva e vi raccontava la sua predica.
Quei tre mesi di viaggio mistico erano il compenso della sua aspra vita di mercante, in nove mesi, a trattare con ebrei, russi e musulmani ostinati, con caricatori tedeschi e con facchini arabi, a litigare, a urlare: erano il suo sollievo, il suo coraggio, la sua felicità. E tutto questo, vedete, senza nessun’aria di compunzione, senza tetraggine, senza quella alterigia della finta fede: ma con allegria, con ischiettezza infantile, con espressioni di felicità ingenua e ammirabile.

Risultato immagini per loreto immagine antiche"

Loreto, Basilica, 1880

— E quest’anno, signor Ibrahim dove siete stato? — gli chiesi.
Egli mi guardò con ciera di soddisfazione intensa e rispose:
— Quest’anno? Ho visitato la Francia e la Spagna, ma ci ero già stato… dopo l’Italia…
— Ah! L’Italia?
— Sì, cara signora. Che paese il vostro, che paese!
— Avete affari, colà? — gli domandai io, non potendo ancora dimenticare in lui il mercante di grano.
— Che affari, che affari! Io vado in Italia per San Marco a Venezia, per il Duomo di Firenze, per San Pietro di Roma, per le Madonne dei vostri pittori: ah, quali pittori, signora, e quali Madonne! Io le sogno, talvolta, quando sono in san Giovanni d’Acri. Ma, quest’anno, ho avuto una felicità così perfetta, signora, a Roma!
— Avete visto il Papa, è vero? — dissi io, intendendo quello spirito, per la prima volta.
— Ho visto il Papa — rispose lui, a voce bassa, per rispetto.
— E ne aveste impressione? Che impressione?
Egli mi sogguardò: e sempre piano:
— Non posso dirvi tutto. Erano otto giorni che noi aspettavamo questa udienza: e io non mangiavo, non dormivo più. Quando sono entrato in Vaticano, con gli altri, ci volevano due o tre ore, per vedere il Papa. Nell’ultima ora, morivo d’impazienza. Alla fine, questo vecchio, tutto vestito di bianco, con le mani di cera, il volto cereo, è apparso: io sono caduto in ginocchio. Tremavo tutto. Il Papa, signora mia! Sentivo che si avanzava verso me, parlando, a mano a mano agli altri miei compagni, e mi pareva di non respirare più. Vicino a me, Leone si è fermato. Il Papa, signora, vicino a Ibrahim, il povero granaiuolo di San Giovanni: che è la religione, in terra, in cielo!…
— E v’ha parlato?
— Sì, m’ha parlato — rispose Ibrahim, con voce grave.
— Che v’ha detto
— Mi ha detto: Siete voi cristiano d’Oriente? Qual voce! La udrò sino alla fine dei miei giorni, sicuramente.
— E gli avete risposto?
— A mala pena. Ho detto: Santità, sono maronita del Libano.
— Niente altro?
— Niente. Avrei voluto dirgli mille cose, offrirgli i miei denari e la mia vita, per Gesù, per la nostra Chiesa: ma non ho osato. L’ho guardato, con lacrime agli occhi: egli mi ha fissato, con tanta dolcezza, signora! Il Capo della Chiesa, colui che comanda spiritualmente a milioni di cristiani, colui che lega e scioglie! Non ho detto nulla.
— Egli vi ha compreso — gli dissi.
— Sì, credo che mi abbia compreso — soggiunse Ibrahim, con convinzione.
Poi, tacemmo. L’Achille si trovava in vista del Monte Carmelo.
— Sono stato anche a Napoli, poco tempo fa.
— A Napoli, a Napoli? — chiesi io, trasalendo
— Sì signora. Ci vado sempre, quando sono in Italia. È un paese dove si ha fede ancora. Ah, si va bene per la religione, colà! Le chiese sono sempre piene, di domenica: e, nei giorni di lavoro, non sono mai deserte. Io ho baciato le ampolline dove è conservato il sangue del vostro Patrono: e a santa Chiara, a santa Chiara, che splendida chiesa, come vi ritornavo volentieri, ogni giorno! Ma perchè non si finisce la facciata del vostro Duomo?
— Mancano i denari, signor Ibrahim: i napoletani sono credenti, ma poveri.
— Non importa, non importa, Dio provvederà
— Perché non la compite, voi, la facciata del Duomo di Napoli?
— Così potessi compire tutte le facciate e completare tutte le chiese! Ma ci vorrebbero grandi ricchezze. Io dò quello che ho, ai poveri di Gesù, alle case di Gesù, ai servi di Gesù. Ho dato, a Napoli. Come ci stavo volentieri, andando da una chiesetta a una chiesa grande: qua confessandomi, là facendomi la comunione, altrove recitando il rosario con le feminette. Il vostro popolo avrà tutte le grazie, in terra e in cielo.
— Infatti, è un popolo povero ma contento
— Il Signore lo aiuta. Sono stato anche a Valle di Pompei, a trovare la mia Madonnina del Rosario. L’ho trovata più bella, più ricca di doni, di offerte: i suoi miracoli non si contano più. Sono stato tre giorni, dalla Madonnina. Ma vi ritornerò, io lo spero, varie volte, prima di morire.
— Voi finirete per farvi monaco, Ibrahjm —- gli dissi io, sorridendo.

Cartolina di Pompei, di fine 800

— Nossignore. Sarei un monaco troppo impertinente e disubbidiente. Io voglio viaggiare sempre. Io voglio dire il mio rosario, in tutte le parti del mondo. Poi, debbo contrattare il grano. I poveri hanno bisogno di denaro: Gesù me ne ha affidati tanti, di poveri! Come potrei esser monaco? È tardi, è tardi. Sono un venditore di bianchette7, io. Ma sono anche un umile servo del Signore, tento di fare il mio dovere, senza entrare negli ordini religiosi. Credete che io abbia sbagliato? Credete che la vita profana sia un peccato permanente?
— Io non lo so — gli risposi, tutta pensosa. — Forse è un egoismo, uscire
dalla vita. Dove è la Via?
Egli mi guardò, tutto turbato. Era evidente che, ogni tanto, anche il suo spirito si abbandonava a quelle domande dolenti e affannose, che noi ci facciamo e che tormentano la nostra coscienza di credenti. Restammo, così, in silenzio.
L’Achille era sotto il promontorio del Carmelo. Imbruniva.
— Ecco il Carmelo — disse Ibrahim. — Diciamo l’Ave, maris stella.
Si tolse il fez, s’inginocchiò, a capo chino, lungo il bordo del battello. Anche io m’inginocchiai: qualcuno altro con noi. Fervidamente, Ibrahim pregava e il suo volto era sereno.

 

Matilde Serao al suo tavolo di lavoro

* Tratto da Nel paese di Gesù. Ricordi di un viaggio in Palestina     

Al culmine di una lunga vita dedicata al giornalismo (fu la prima redattrice donna italiana al Capitan Fracassa, fondatrice de Il Mattino ed in seguito de Il Giorno), intervallata dalla stesura di una considerevole quantità di romanzi (Il ventre di Napoli, Il paese di cuccagna, per citare i più famosi), Matilde Serao, da paladina delle sorti umane e progressive, tocca con mano il disinganno ed il conseguente turbamento sociale ed economico che il materialismo liberista aveva comportato nel popolo, ed in particolare in quello napoletano, privandolo della certezza e della consolazione della religione e lasciandolo preda del dubbio. Anche vicende strettamente personali, quali il drammatico e teatrale suicidio di Gabrielle Bessard, l’amante di suo marito Edoardo Scarfoglio, compiuto sulla porta di casa dei due coniugi, sulla quale la giovane cantante aveva depositato prima di spararsi il bambino nato dalla relazione extraconiugale, mossero la Serao ad un ripensamento totale della sua vita. In questo contesto si inserisce il viaggio in Palestina che compì poco tempo dopo e del quale ha lasciato traccia nel libro dal quale è stato tratto il capitolo riportato. La sua penna, arguta e vivace come sempre, in questa opera si è inchinata davanti alla figura di Cristo, redigendo un diario intimistico, profondamente sincero, quasi una sorta di manifesto teso a favorire una restaurazione  culturale più emotiva e sentimentale che un frutto fecondo della Fede. Rimangono pagine nitidamente tratteggiate nelle quali si stagliano uomini, paesaggi e sapori, ma soprattutto la nostalgia di una verità e di una bellezza perdute forse per sempre, ma pur sempre presenti nel cuore di ogni uomo. (M.M)

La via dolorosa di Matilde Serao

Note:

  1. Haifa
  2. Siria, nome col quale si intendeva per esteso tutta la Terrasanta
  3. Principato turco situato nel sud dell’Anatolia, che dominò gran parte della regione. Il nome rimase anche dopo l’annesione del suo territorio da parte degli Ottomani.
  4. Haifa
  5. Melchiti
  6. San Luigi di Francia. Figlio di Luigi VIII e di Bianca di Castiglia, divenne re a dodici anni. Governò con grande generosità, mettendo concordia nelle dispute che hanno avuto luogo durante il suo regno. La sua fama è legata alle due crociate, la VII e l’VIII, partite entrambe da Aigues-Mortes, nella quale perse la vita nel 1270. La liberazione di Gerusalemme dalle mani nemiche rappresentava per il re di Francia un anelito autenticamente religioso, scevro da alcun interesse mondano. Canonizzato nel 1297 da papa Bonifacio VIII, i suoi resti sono conservati nella cattedrale di Monreale, in Sicilia. Il santo è uno dei simboli più amati del cattolicesimo d’oltralpe.
  7. Chicchi di grano tenero
 

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