Mostra di Gabriele Reina a Vezelay

Au musée de l’œuvre Viollet-le-Duc jusqu’au 1er septembreGabriele Reina espone cinquantasei stendardi che rappresentano gli stemmi di grandi famiglie di cavalieri. Delle insegne davvero belle sono qui messe in mostra.

Sono passati ormai vent’anni da quando i cammini che portano a Santiago di Compostela, attraversando le terre di Francia, figurano nell’elenco del patrimonio mondiale dell’Unesco. Questo propizio anniversario fornisce l’occasione quest’estate per la fioritura di molti eventi, in particolare ad Asquins e a Vézelay.

Le chiese di San Giacomo il Maggiore e la basilica di Santa Maria Maddalena rappresentano dei fari per i pellegrini che si recano al di là dei Pirenei, percorrendo la via Lemovicense, che attraversa il Limousin.

Da La Cure all’Oceano Atlantico
È in questo spirito di celebrazione che la città di Vézelay ha invitato il pittore Gabriele Reina, storico dell’arte e ritrattista che vive in Italia, ad esporre cinquantasei delle sue opere, una serie scenografica di stendardi dipinti a mano su tessuto. Disegnati riprendendo codici e tavole conservate a Parigi, rappresentano gli stemmi di grandi famiglie di Borgogna, di Spagna e Portogallo, che appaiono sui monasteri, sui castelli o sui ponti costruiti tra il IX e il XIV secolo, tra Vézelay e Santiago. Queste meritorie costruzioni hanno salvato molti pellegrini dai molti pericoli ai quali si esponevano lungo il cammino.

Appassionato del Cammino di Santiago di Compostela, che ha percorso due volte, Gabriele Reina ha presentato sabato le sue opere ai visitatori del museo del lavoro di Viollet-le-Duc inaugurando la mostra che si svolgerà fino all’1 settembre. È un viaggio araldico all’interno del viaggio fisico, dalla valle del Cure fino all’Oceano Atlantico

L’itinerario della mostra si snoda in effetti attraverso la Borgogna, l’Alvernia, il Béarn, la Navarra, l’Aragona, la Castiglia, León, le Asturie, la Galizia ed il Portogallo, e conduce i visitatori verso il cammino delle stelle, da Vézelay alla Spagna, attraverso i simboli della Storia della seconda metà del Medioevo.

La mostra è aperta presso il Museé de l’Oeuvre di Viollet-le-Duc, Place du Cloître, tutti i giorni dalle 14 alle 18 ore, fino al 1 settembre.
Tariffe: 1 e 3 €.

Fonte: L’Yonne Republicaine

Intervista a Gabriele Reina, a cura di Nathalie e Christian Volle

Dove e quando è nata la tua passione per l’araldica?
Fin dalla mia infanzia ho sempre amato gli animali, che ho sempre considerato delle creature quasi magiche. Il gatto silenzioso che vede nell’oscurità, il cane che riesce a capire quando il suo padrone è triste, il cavallo che scalpita quando ci avviciniamo a lui, il gufo che vola silenziosamente nella notte, l’aquila regina delle montagne ed il pesce che scivola nel fiume.
Quando avevo circa cinque anni, mio ​​padre mi portò nell’antica Basilica di Sant’Ambrogio di Milano, una delle chiese più antiche  del mondo, nella quale sono conservate le reliquie di San Gervasio e di San Protasio, legati sia alla Normandia che a Parigi. Conservo ancora il ricordo dei draghi scolpiti sul portale e gli stemmi appesi alle pareti del sagrato, con aquile, leoni e grifoni.
Ne fui davvero molto impressionato. Qualche anno dopo, ho avuto l’opportunità di studiare la pittura con un maestro del Futurismo, nato nel 1907, amico di famiglia. Per migliorare la qualità del tratto nei miei disegni, mi faceva copiare i leoni e le aquile scolpite negli antichi palazzi della Toscana. Ma imparare a disegnare gli animali secondo le regole dell’araldica non è facile perché questi rispondono ad un preciso codice di forme, di colori e di stili che variano da paese a paese. Quest’ultimo aspetto è davvero affascinante: osservando lo stile di uno stemma gentilizio, si può capire se è spagnolo o francese, italiano o inglese, per poi ricollegarlo ad una famiglia specifica o ad una collezione d’arte. L’araldica è quindi di enorme importanza nella storia dell’arte. Come scrive Victor Hugo in Notre Dame de Paris: Per chi riesce a decifrarlo, lo stemma è un’algebra, lo stemma è una lingua. La storia della seconda metà del Medioevo è scritta negli stemmi, come la storia della prima metà di quell’epoca è racchiusa nel simbolismo delle chiese romaniche. Sono i geroglifici del feudalesimo dopo quelli della teocrazia.
Il mio fascino per l’araldica non è frutto della nostalgia di un’epoca feudale, bensì il culto delle forme della natura e di un’epoca – il Medioevo – che ho sempre considerato ricco di cultura e di luce: luce delle cattedrali gotiche normanne, cantate dall’abate Suger di Saint Denis. Amo la storia, ed in particolare quella del Medioevo, e fin da bambino, ho cominciato a pormi delle domande sugli scudi araldici. Internet non esisteva ancora e  tutte le enciclopedie non spiegavano nulla di questa scienza.

Stemma di Gilberto di Borbone (1443-1496). Olio su damasco, cm. 131×132.

Gilberto fu conte di  Montpensier, delfino di Avergna e vicere di Napoli. Il blasone è circondato dalla collana dell’Ordine di san Michele, conferitogli da Carlo VIII di Francia nel 1483. Questo ordine cavalleresco venne fondato ad Amboise nel 1469 da Luigi XI. Ma la sua sede venne stabilita nella grande sala dell’abbazia di Mont Saint-Michel. Per via del pellegrinaggio a Mont Saint-Michel le conchiglie di Santiago, simbolo dei pellegrini, erano associate da lungo tempo all’iconografia di san Michele. Per questo motivo negli stemmi dell’abbazia troviamo le conchiglie. Lo statuto dell’ordine era stato copiato, quasi parola per parola, da quello dell’Ordine del Toson d’Oro. Il suo motto era: Immensi tremor Oceani.

Sappiamo che lei è un ritrattista che ama la Grande Maniére. Ma qui a Vézelay ci sono 30 grandi stendardi araldici di 160×110 cm; la serie completa ne comprende più di 50 e avete altre dozzine di altri dipinti araldici. Perché ha dipinto così tanti stemmi?
Perché per me è una vera forma artistica con la sua propria dignità. Basta osservare gli elmi e le corone negli stemmi dei cavalieri del Toson d’oro a Gand e a Bruges. Le pietre preziose e le perle sono ispirate da van Eyck, così come i drappeggi delle tende. E i leoni, i draghi e le aquile incise o disegnate da Dürer! E poi tutto il fascino del messaggio simbolico e le mille leggende che si nascondono dietro ogni stemma!
Ogni simbolo è un compendio di uno specifico momento storico e fungeva inoltre da  Bibbia per le persone.
Oso persino credere che artisti come Lempicka, Mucha, Picasso ecc. abbiano avuto accesso ai meravigliosi codici araldici nascosti negli archivi nazionali, e che avrebbero poi rielaborato quei disegni in una nuova corrente artistica e grafica chiamata Araldismo; chi può dirlo?
Credo di possedere centinaia di dipinti araldici, tutti filologici e basati su affreschi, miniature, sculture o vecchi disegni. Si trovano su quasi tutte le pareti della mia abitazione, insieme ai ritratti e ai paesaggi che ho dipinto o disegnato. Mi piacerebbe un giorno donarle a un castello disadorno o ad una dimora storica.
Qual è l’itinerario della mostra?
Questa mostra è un viaggio attraverso i simboli arcani dell’araldica situati al livello più profondo della fantasia superstiziosa del Medioevo. Un viaggio nel viaggio dalla collina ispirata di Vézelay, nel cuore della vecchia Borgogna, vicina alla valle del Cure, fino all’Oceano Atlantico.
Molti storici dell’arte hanno affermato che per definire il Cammino di Santiago sarebbe sufficiente esaminare gli stemmi scolpiti nelle chiese e nei monumenti più antichi.
Quando i Saraceni conquistarono l’Hispania, nelle mani dei Cristiani rimase solo una piccola parte del nord del paese; ad Ovest videro la luce i regni di Galizia, delle Asturie e del Portogallo, i cui sovrani appartenevano alla casa di Borgogna. Dal IX al XIV secolo, tra Vézelay e Santiago, le casate nobili costruirono monasteri, castelli e ponti, la cui edificazione era considerata meritoria davanti a Dio, in quanto avrebbero salvato i pellegrini dai briganti, dai lupi e dalle onde. E’ questa la ragione della presenza dei simboli jacopei in molti stemmi nobiliari: conchiglie, bordoni e cappelli dei pellegrini.
Quali sono gli stendardi presenti nella mostra?
Famiglie da Borgogna, Spagna, Portogallo. Molti degli stemmi rappresentati adornano ancora oggi monasteri, abbazie, chiese e castelli quasi dimenticati, dove passa il Cammino di Saint-Jacques: in Borgogna, nell’Alvernia, Aquitania, in Navarra, nel Béarn, in Aragona, in Castiglia, a León, nelle Asturie, in Galizia e in Portogallo. Questi stendardi sono filologici perché sono stati attentamente studiati e tratti da codici o da tavole conservate a Parigi, nella cattedrale di Saint-Bavon a Gand, a Bruges, a Barcellona, ​​o negli stemmi dipinti per conto del re del Portogallo Manuel il fortunato, fedelmente miniaturizzati in un codice di pergamena da Antonio Godinho tra il 1521 e il 1541: il Livro de nobreza e perfeiçam das armas, conservato nella Torre do Tombo di Lisbona.
Perché Vézelay?
Perché da qui comincia il Cammino di Santiago ed è uno dei più luoghi più evocativi di tutta la Francia.

Stemmi dei Re Cattolici di Spagna, 1492-1504

Vi sono qui raffigurati diversi elementi secolari dei regni storici e della dinastia regnante: il castello di Castiglia, il leone di Léon, le bande verticali rosse su sfondo giallo della Corona d’Aragona, lo scudo diviso in due da una collana d’oro, con quattro pali di rosso, in campo d’argento l’aquila di sabbia (proprio della Sicilia) e il melograno del regno di Granada. Altri elementi sono l’Aquila di san Giovanni, il giogo di Ferdinando II d’Aragona e il fascio di frecce di Isabella I di Castiglia.

Che cosa rappresenta la Francia per lei?
Nella mia famiglia, la Francia è sempre stata molto importante e mio padre ci ha insegnato ad amarla tanto quanto l’Italia. Da parte di mia nonna paterna, vi è una lunga serie di ufficiali che hanno combattuto (e sono sopravvissuti, quando su 40.000 soldati solo 1.000 sono tornati) con Napoleone nella Grande Armée e che hanno ricevuto la medaglia di Sant’Elena.
Apparteneva a questa famiglia anche l’ultimo dei Mille, il luogotenente di Garibaldi durante la sua memorabile epopea, che conobbe bene Dumas quando il grande scrittore era ministro dei beni culturali – per così dire – a Napoli. Alla vigilia della terribile battaglia di Solferino, Napoleone III e Vittorio Emanuele II di Savoia vennero ospitati dai nostri cugini nelle loro vasta tenuta di campagna, presso Montichiari. Mio nonno aveva rapporti di lavoro con le famiglie Dreyfus, Schneider. Suo fratello si arruolò volontario nel 1914 e combatté nelle Argonne, a fianco di Curzio Malaparte (non ancora conosciuto come scrittore), nella Legione Straniera. Nell’antica dimora di famiglia vi era un grande dipinto ad olio che mio nonno e mio padre veneravano e che rappresentava un fante che scriveva con il proprio sangue sul muro di Verdun: li avremo!
Mio padre conosceva bene Louis Renault, Picasso, Saint-Exupery, Cortot, Dorgeles. Io sono cresciuto nel culto e nel mito della sorella latina, della douce France, della Chanson de Roland e della Francia amore del mondo, senza di te il mondo sarà vuoto!. Sarà forse retorica, ma io la amo ed anche se non c’è più la douce France, mi piace ancora pensare alla Francia come al Giardino d’Europa, ad un paese cavalleresco dal linguaggio musicale, con le sue grandi foreste, con campagne e siepi senza fine, con le sue case bianche, i suoi castelli, dei veri gioielli in pietra, con le fertili pianure e con le valli solitarie punteggiate di villaggi, con le chiese romaniche e gotiche e i suoi manieri. Cento sfumature, notevoli differenze da una regione all’altra, con le opere dell’uomo perfettamente integrate nei paesaggi naturali (ad eccezione delle grandi città).
Qual è il suo rapporto con la Borgogna?
La Borgogna è ben conosciuta anche in Italia perché il Rinascimento vi sarebbe potuto nascere prima che vedesse la luce in Toscana, come ha scritto Emile Male. La Certosa di Champmol e la corte di Carlo il Temerario sono pietre miliari nella storia dell’arte. Del resto è figlia della Borgogna una figura storica che mi piace molto, il maresciallo de Vauban, architetto militare e sapiente ideatore accademico di un progetto di imposta unica, la decima reale.
Ed inoltre, la Borgogna è profondamente legata al Cammino di Santiago di Compostela.
Nel Medioevo, la storia del Cammino si è quasi confusa con quel poco che era rimasto della Spagna dopo la conquista araba del 711 d.C.: le terre montuose e le valli simili a quelle della Scozia (i Gaelici, infatti, provenivano dalla Galizia), incastonate nel nord della penisola iberica, circondate su due lati dall’Oceano, e cinte dalla Cordigliera. Anno dopo anno, secolo dopo secolo, gli ultimi Goti si erano battuti con tenacia contro i Musulmani che ad ogni primavera volevano schiacciarli. All’estremità occidentale, vi era solo la contea del Portogallo, che costituiva il confine meridionale del regno di Galizia, cioè il territorio tra il Douro e il Minho con la diocesi di Tui, vassallo del re delle Asturie e, dal 1071, anche quella di Galizia. Queste terre erano legate alla Borgogna, poiché due borgognoni si erano distinti nel regno di Leon. Il primo era Raimondo di Borgogna (1070-1107) e il secondo Enrico di Borgogna (1066-1112).
Raimondo era nato a Besançon, figlio del conte di Borgogna Guglielmo I e fratello di papa Callisto II (1050-1124). Enrico di Borgogna era cadetto del duca di Borgogna, Henry le Damoiseau, pronipote del re di Francia Roberto II (972-1031), fratello di Oddone I, duca di Borgogna. I due cavalieri partirono per la penisola iberica per combattere i Mori agli ordini del re Alfonso VI di Leon (1043-1109), che aveva sposato la loro zia paterna, Costanza di Borgogna. Il loro apporto permise la conquista del regno di Galizia, che comprendeva approssimativamente la Galizia moderna e il nord del Portogallo. Particolarmente coraggiosi, ricevettero grandi onori. Enrico di Borgogna divenne Conte del Portogallo nel 1093 e di conseguenza fu il fondatore del Regno del Portogallo. Suo figlio Afonso Henriques era un fulmine di guerra: schiacciò i Mori e ha trovato posto nel Pantheon dei grandi del Portogallo. Consolidò il suo regno, lo legittimò e lo ingrandì. Con la presa di Lisbona nel 1147 pose fine alla seconda fase della Reconquista portoghese, lasciando ai suoi discendenti il compito di conquistare la parte  rimanente e di partire alla scoperta del mondo.

Stemma della famiglia Barradas. Acrilico su tela, cm. 160×110

Le origini di questa famiglia portoghese si perdono nelle nebbie del Medioevo. Il cimiero è molto interessante, con la croce di sant’Andrea cosparsa di nodi di rami tagliati, costellati di conchiglie di san Giacomo. Si tratta della croce di Borgogna, stemma della Borgogna a partire da Giovanni I di Borgogna (1371-1419). Fu l’Arciduca Filippo il Bello nel 1506, dopo aver sposato la regina Giovanna di Castiglia, ad introdurre in Spagna questo stemma del casato di sua madre, Maria di Borgogna. La dinastia di Borgogna fu la prima a governare in Portogallo.

 

 

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